BERGOGLIO
Nel 1985, quando tenne questa conferenza, Jorge Mario Bergoglio aveva 49 anni ed era rettore del Colegio Máximo di San Miguel. Dal 1973 al 1979 era stato provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina.

Molte volte sant’Ignazio è stato definito orge Mario Bergoglio . In questo c’è del vero, ma […] i gesuiti erano più impensieriti da Calvino che da Lutero. […] Avevano colto con sagacia che lì si annidava il vero pericolo per la Chiesa.

Calvino è stato il grande pensatore della Riforma protestante, colui che l’ha organizzata e l’ha portata sul piano della cultura, della società e della Chiesa; ha plasmato un’organizzazione che Lutero non si era proposto. Questi, il tedesco impetuoso che probabilmente aveva progettato tutt’al più di dare vita a una Chiesa nazionale, viene riletto e riorganizzato da quel francese freddo, un genio latino versato nella giurisprudenza, che era Calvino.

Lutero era visto come un eretico. Calvino, in più, come uno scismatico. Mi spiego. L’eresia – per usare la definizione di Chesterton – è un’idea buona che è impazzita. Quando la Chiesa non può guarirne la pazzia, allora l’eresia si trasforma in uno scisma. Lo scisma implica rottura, divisione, separazione, consolidamento indipendente; va progredendo per passi successivi fino a conquistare la propria autonomia. Sant’Ignazio e i suoi successori combatteranno contro l’eresia scismatica.

E qual è lo scisma calvinista che provocherà la lotta di Ignazio e dei primi gesuiti? Si tratta di uno scisma che tocca tre aree: l’uomo, la società e la Chiesa. […]

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Nell’uomo, il calvinismo provocherà lo scisma tra ragione ed emozione. Separa la ragione dal cuore. Sul piano emotivo l’uomo di quel secolo, e sotto l’influsso luterano, viveva l’angoscia per la propria salvezza. E, secondo Calvino, di quell’angoscia non occorreva preoccuparsi. Contava soltanto curarsi delle questioni dell’intelligenza e della volontà.

Qui ha origine lo squallore calvinista: una disciplina rigida con una grande sfiducia in ciò che è vitale, il cui fondamento è la fede nella totale corruzione della natura umana, che può essere ordinata soltanto dalla sovrastruttura dell’azione dell’uomo. Calvino compie uno scisma dentro l’uomo: tra la ragione e il cuore.

Più ancora, nella stessa ragione, Calvino provoca un altro scisma: tra la conoscenza positiva e la conoscenza speculativa. Si tratta dello scientismo che spezza l’unità metafisica e provoca uno scisma nel processo intellettivo dell’uomo. Ogni oggetto scientifico viene assunto come assoluto. La scienza più sicura è la geometria. I teoremi geometrici saranno una sicura guida di riferimento del pensiero. Questo scisma, avvenuto nella stessa ragione umana, colpisce tutta la tradizione speculativa della Chiesa e tutta la tradizione umanistica. […]

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Lo scisma calvinista colpisce poi la società. Essa ne resterà divisa. Come apportatrici di salvezza Calvino privilegia le classi borghesi. […] Ciò implica e comporta una rivoluzionaria disistima verso i popoli. Non c’è più né popolo né nazione, e invece si configura un’internazionale della borghesia.

Con un anacronismo potremmo applicare qui la formula di Marx: “Borghesi di tutto il mondo unitevi”, disprezzando qualsiasi cosa significhi la nobiltà dei popoli. Con questo atteggiamento Calvino è il vero padre del liberalismo, che è stato un colpo politico al cuore dei popoli, al loro modo di essere e di esprimersi, alla loro cultura, al loro modo di essere civico, politico, artistico e religioso.

Probabilmente sul piano sociale ciò è più avvertibile nell’elaborazione dapprima di Hobbes (secondo il quale gli uomini dovevano convivere per mezzo dell’inganno e della forza, mentre lo Stato, “moderno Leviatano”, esisteva semplicemente per tenere a bada gli egoismi ed evitare l’anarchia, legittimando una logica di dominio, dato che non c’era alcuna legge naturale) e poi di Locke, molto più sofisticato ma non meno crudele.

Hobbes rivendica il “potere” senza cuore, con una giustificazione assolutista e razionalista. Locke riveste tutto ciò con un “contegno civile” e cerca di ridefinire la società escludendo il popolo.

La posizione di Locke è la seguente: parte dall’ammissione di un certo diritto naturale e adopera lo slogan  “la ragione insegna che…”, per poi trarne – come per magia – conclusioni che giustificano quello scisma sociale: l’uomo – poiché egli supera la propria corruzione naturale tramite l’attivismo – può possedere il frutto del suo lavoro purché quel frutto non sia corruttibile. Ecco nascere la moneta e l’indole monetarista del liberalismo.

Inoltre, la ragione insegna che l’uomo ha diritto a comprare lavoro; e con ciò si danno due tipi di lavoratori: quelli che posseggono beni incorruttibili e quelli che non li posseggono. Lo Stato ha la funzione di mantenere l’ordine tra queste due categorie di lavoratori evitando la ribellione dei secondi contro i primi. In fondo, il pensiero calvinista-scismatico-liberale sta rivendicando per il secondo gruppo di lavoratori il potere di ribellione, quella che oggi diremmo la ribellione del proletariato. In ultima istanza, il marxismo è figlio obbligato del liberalismo. […]

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In terzo luogo, lo scisma calvinista ferisce la Chiesa. […] Soppianta l’universalità del popolo di Dio con l’internazionalismo della borghesia. […] Decapita il popolo di Dio dell’unità con il Padre. Decapita tutte le confraternite dei mestieri privandole dei santi. E, sopprimendo la messa, priva il popolo di Dio della mediazione in Cristo realmente presente. […]

ERETICO LUTEROIn fondo Calvino aveva provato a salvare l’uomo, che la prospettiva luterana aveva precipitato nell’angoscia. In Lutero si affaccia l’intenzione di salvare l’uomo dal paganesimo rinascimentale, ma quell’intenzione si era evoluta in “idea pazza”, ovvero in eresia. Perciò Calvino, con la freddezza legislativa che lo caratterizza, parte dall’angosciante impostazione luterana e progredisce così: l’uomo è corrotto; pertanto, disciplina.

Da qui nasce quello che conosciamo come il “rigore protestante”. Esso propone segni di salvezza diversi da quelli cattolici – quelli che abbiamo citato prima –, e il segno è il lavoro accumulatorio. Quasi pretendesse identificare i frutti del lavoro con i segni della salvezza. Potremmo semplificarlo in modo caricaturale con questo assioma: “Sarai salvato se ottieni la ricchezza che si ottiene con il lavoro”. Ed ecco plasmata la classe borghese.

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A partire dalla posizione luterana, se siamo coerenti, restano soltanto due possibilità fra cui scegliere nel corso della storia: o l’uomo si dissolve nella sua angoscia e non è più niente (ed è la conseguenza dell’esistenzialismo ateo), oppure l’uomo, basandosi su quella medesima angoscia e corruzione, fa un salto nel vuoto e si autodecreta superuomo (è l’opzione di Nietzsche).

In fondo Nietzsche rigenera Hobbes, nel senso che l'”ultima ratio” dell’uomo è il potere. Il dominio è possibile soltanto contro l’amore, a partire dalla contrapposizione, nell’uomo, tra la ragione e il cuore. Un simile potere, come “ultima ratio”, implica la morte di Dio. Si tratta di un paganesimo che, nei casi del nazismo e del marxismo, acquisterà forme organizzate in sistemi politici.

La prospettiva luterana, poiché si fonda sul divorzio stesso tra la fede e la religione (concepisce infatti la fede come l’unica salvezza e accusa la religione – gli atti di religione, la pietà e così via – di essere una mera manipolazione di Dio), genera divorzio e scisma; comporta ogni sorta di individualismi che, sul piano sociale, affermano la loro egemonia.

Qualsiasi egemonia, sia essa religiosa, politica, sociale o spirituale, ha qui la sua origine.

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