In morte di una studentessa cinese
di Luigi Negri*

zhang-yao

Non ti dimenticheremo mai, piccola amica cinese, e terremo sempre nel cuore l’immagine di te che corri dietro ai ladri che ti hanno derubato per recuperare la tua borsa, prima di essere travolta da un treno. Borsa, che come ogni borsa di donna contiene anche tutti i segni degli affetti. Come ha detto giustamente una tua connazionale “non si può morire così a Roma”. Eri venuta per studiare e per impostare in maniera seria e dignitosa, anche dal punto di vista professionale, il tuo futuro.
Non si può morire così a Roma. E invece si muore così a Roma. Si muore così a Roma e in tanti altri posti in Italia, piccoli paesi o grandi città. Si muore in una situazione di insicurezza anche dal punto di vista della stessa sopravvivenza fisica.
Ci sarà pure qualcuno che deve farsi della domande. Politici che hanno ridotto la sicurezza a puro pretesto per le rispettive battaglie di bandiera. Coloro che esponenti di una demagogia del “Tutti dentro, subito”, incondizionatamente, perché gli immigrati sono il bene assoluto per l’Occidente. Di segno opposto, ma non meno da irresponsabili, la demagogia di chi diceva e dice, e urla, “Tutti fuori, non si accolga nessuno”. Senza che nessuno né i primi né i secondi, abbiano mai seriamente considerato o considerino a quali condizioni si debba accogliere. Una delle condizioni è proprio che non venga tragicamente travolta la sicurezza di chi vive nel nostro paese, che per tanto tempo è stato un paese di libertà, di tranquillità, di benessere, di rispetto reciproco, di reale condivisione della vita.
Bisogna che si torni a ragionare con realismo, non accontentandosi delle parole e degli schemi ideologici e del politicamente corretto.
Certo, molti di noi – e io sono fra quelli – sanno già come finirà questa storia. Se i tre che hanno contribuito in modo determinante e responsabile a spegnere questa vita, saranno finalmente arrestati, si troverà sempre un giudice che, derubricando tutto ciò che può essere derubricato, non gli farà neanche mettere piede in carcere. E gireranno liberi, irresponsabilmente liberi, come le centinaia di persone che hanno ucciso la gente magari per pochi soldi, come succede purtroppo in tutte le regioni. Anziani che ormai vivono nel terrore che la loro porta sia sfondata ed entrino delle belve che li massacrano. Nei giorni scorsi, in televisione un servizio giornalistico ha mostrato alcuni di questi volti tumefatti, la testimonianza drammatica della situazione di insicurezza in cui vive il nostro popolo.
Allora bisogna che a questo popolo qualcuno cominci a pensare, bisogna che alla sicurezza e al benessere di questo popolo qualcuno ci pensi. Perché purtroppo in questo deserto di responsabilità nessuno pensa al popolo, tutti seguono le loro demagogiche posizioni.
C’è stato per tanto tempo nel nostro paese il baluardo della verità e della libertà, il baluardo del rispetto reciproco, il baluardo di una autentica libertà d’espressione del popolo: è stata la Chiesa. Ma la Chiesa in Italia oggi è ancora così?

*Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

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