“una vuota danza attorno a un idolo” : Mons. Bux a 50 anni dalla riforma liturgica

«Dalla speranza alla Pachamama: interroghiamoci». Il 30 novembre di 50 anni fa entrava in vigore la nuova Messa di Paolo VI. Il bilancio in chiaroscuro di don Nicola Bux: «Paolo VI voleva avvicinare l’uomo a Dio, ma vide con dolore che la Riforma tradiva il Concilio. Il fumo di Satana era per le deformazioni della Messa mentre fautori come Bouyer e i gesuiti ammisero che era ormai “malleabile” come il caucciù. La svolta con Ratzinger: capì che la crisi della Chiesa era prima una crisi liturgica». Che fare? «Tornare al diritto di Dio di essere adorato. E seguire il Summorum Pontificum: la Messa antica contagerà le Messe di oggi». 

50 anni fa oggi entrava in vigore il nuovo messale promulgato da Papa San Paolo VI. Che fare? Festeggiare o interrogarsi su quale sia lo stato della liturgia oggi? Lo abbiamo chiesto a don Nicola Bux, liturgista e teologo, che alle distorsioni della nuova messa ha dedicato molte pubblicazioni tra cui il fortunatissimo Come andare a messa e non perdere la fede (Piemme).

Don Nicola, lei nel 1969 aveva su per giù 20 anni…
Esatto. Ho vissuto quella riforma, quando fu promossa. A noi giovani di allora sembrava una cosa buona e diciamo che l’ho ritenuta tale per molti anni collaborando sia a livello diocesano che nazionale con quelli che erano i maestri principali della sua applicazione, come l’abate benedettino Mariano Magrassi, che poi divenne arcivescovo di Bari.

Che cosa le sembrava buono?
L’idea che allora andava per la maggiore: non doveva essere una rivoluzione bensì di una rimessa in forma – se ci sia permesso – del culto divino in maniera da rendere più evidente questa esigenza del rapporto dell’uomo con Dio. Questo era nella mens del pontefice al di là delle intenzioni maliziose di vari novatori: rendere ancor più stretto il rapporto tra Dio e l’uomo.

Eppure, i risultati ci dicono di una grande disaffezione alla Messa.
Quello che oggi si vede non era minimamente immaginabile. Del resto, quando si cita Paolo VI con le sue dichiarazioni allarmate circa le deformazioni della liturgia ci si riferisce a qualcosa che nessuno, a cominciare dallo stesso pontefice, poteva immaginarsi. Bisogna ammettere che all’epoca nessuno – o quasi – immaginasse uno snaturamento del genere della liturgia che oggi è passata dall’essere culto a Dio a culto dell’uomo.

Quando anche lei si accorto che qualcosa non funzionava?
Il giro di boa è avvenuto con la pubblicazione di Rapporto sulla fede di Ratzinger con Messori. Lì anche noi liturgisti ci accorgemmo che qualcosa non andava.

Era il 1984.
A 15 anni da quella riforma l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede provò a fare un bilancio e il risultato non fu dei più incoraggianti.

Perché?
Perché dovette certificare che l’idea di crisi della Chiesa, che stava emergendo, fosse strettamente collegata alla crisi della liturgia. In effetti c’è uno rapporto strettissimo tra l’essere Chiesa e il manifestarlo attraverso la preghiera e il culto. Ratzinger comprese che era crollato qualcosa e più tardi, da Pontefice, disse che la crisi della Chiesa dipendeva in gran parte dal crollo della liturgia.

Che cosa intende per crollo della liturgia?
Lo scadimento della liturgia che diventa una autocelebrazione del popolo. Ricordo l’esempio che portava a sostegno di quella tesi: una danza a vuoto attorno al vitello che siamo noi stessi. Una deformazione clamorosa del culto.

Questa è la diagnosi. Ma di chi è stata la responsabilità?
Non sarebbe giusto attribuire questa intenzione né a Paolo VI né ai primi fautori della riforma sebbene siano state ampiamente dette e fatte critiche ai cosiddetti consiglieri della riforma come i membri del famoso consilium. Devo riconoscere che il giudizio più lapidario lo diede Louis Bouyer, che da luterano si fece cattolico e partecipò ai lavori. Nel suo celebre volume sull’Eucarestia diede un giudizio molto duro: dice che se prima della riforma la liturgia era un cadavere imbalsamato, dopo la riforma divenne un cadavere decomposto.

Lo condivide?
Eccessiva, ma è sicuramente vero che le direttive del Concilio non avrebbero mai permesso gli abusi e le deformazioni che poi sono diventate comuni. La situazione è sfuggita di mano perché se confrontiamo la Costituzione Liturgica Sacrosantum Concilium con quanto accade oggi mediamente nelle nostre chiese, è evidente che c’è una distanza in tanti punti e questa è stata tradita.

Il latino, il gregoriano…
Esatto.

E l’orientamento del celebrante, non più ad Deum, ma versus populum
Di questo non ne parla proprio. Il punto critico è che c’è un’infinità di discrasie tra quella che è la Costituzione liturgica e l’applicazione attraverso cui passa il Messale nuovo.

Eppure, Paolo VI era consapevole degli attacchi che si stavano portando alla liturgia da certi ambienti molto vicini ai protestanti…
E’ inevitabile che ci siano delle responsabilità, ma bisogna sempre salvare la buona fede del pontefice. Credo che molto dipenda dal lavorìo svolto da Bugnini, che è il padre della Riforma. Però è vero che quella Messa poi si rivelò lontana dalla sensibilità del Papa tanto che ebbe a lamentarsi quando scoprì ad esempio che l’Ottava del Corpus Domini era stata abolita così come il dies irae nelle Messe da requiem.

Paolo VI cercò di correre ai ripari contro le storture che vedeva?
Io ricordo che parlai con monsignor Virgilio Noè, che fu cerimoniere del Papa e poi prefetto del Culto divino e Cardinale. Mi disse – e poi lo mise per iscritto nel suo memoriale pubblicato recentemente – che le famose parole di Paolo VI sul fumo di Satana, pronunciate nel 1972 erano da attribuire alle deformazioni della liturgia.

Come spiegare tutto questo?
Non è che tutto si debba imputare alla riforma liturgica, ma come Ratzinger ha detto la crisi della desacralizzazione ha snaturato la liturgia e quindi tutto il resto. Nel 40ennale della Sacrosantum Concilium, la Civiltà Cattolica, che è la rivista dei Gesuiti scrisse che quella vecchia era una Messa di ferro, quella nuova una Messa di caucciù…

Per via della facilità di “manomissione”?
E’ evidente…

Diciamo la verità: non è che il Messale attuale si presta per caso a svariati snaturamenti…?
Mah… vede … il problema è che oggi siamo già oltre il Messale, che non è più ritenuto nemmeno vincolante né normativo perché è entrato in crisi il concetto di diritto di Dio nella liturgia: cioè, Dio non ha nessun diritto di dire in qual modo deve essere adorato, ma se oggi siamo arrivati in maniera inconsapevole a portare in chiesa una piroga con la sagoma di divinità come la Pachamama senza che nessuno si meravigli più di tanto, questo vuol dire che è venuta meno l’idea stessa del culto da dare a Dio.

E la liturgia svanisce?
Per forza! Perché dovrei rispettare le norme se devo adattare tutto alle esigenze della gente? E’ chiaro che qui non possiamo non attribuire una responsabilità enorme alla svolta antropologica di Karl Rahner che ha influito sul popolo cattolico. Rahner diceva che con la venuta di Cristo il profano è scomparso e non esiste più la distinzione tra sacro e profano. Ma questo è falso.

Perché?
Perché se fosse così non vedremmo le sopraffazioni e le violenze a cui invece assistiamo.

C’è un rimedio?
Avere il coraggio di tornare al sacro. Riavvicinare Dio all’uomo, celebrare Messa come se Dio fosse presente.

Non accade?
Le sembra che oggi con tutte le disfunzioni cui assistiamo, dalla trattoria in chiesa al Credo inventato, lo si faccia?

Sta dicendo che servirebbe una riforma della riforma?
Sì. Papa Benedetto XVI aveva ragione.

Come si inserisce in questo anniversario il Summorum Pontificum che sdogana definitivamente la messa tridentina?
Si inserisce come rimedio. E’ stato un dono di Benedetto XVI, ma non è un rimedio a tavolino, è un rimedio che lui ha preso andando in giro per il mondo e vedendo che nonostante tutte le deformazioni insopportabili – come disse lui – la concezione corretta del culto divino aveva resistito: nei monasteri e nelle comunità e soprattutto tra i giovani che hanno capito che il cosiddetto “rito” tridentino o “rito” gregoriano dava frutti. Non era una velleità di qualche nostalgico perché i giovani per definizione non sono nostalgici.

Però il Summorum pontificum, che codifica la Messa antica come forma extraordinaria dell’unico rito romano, non tocca la Messa nuova…
E invece nella mens profetica di Benedetto XVI la tocca, perché la forma straordinaria non può non contagiare positivamente quella ordinaria. Nel senso del recupero di una devozione o di una ars celebrandi che sia veramente rispettosa del sacro. E comunque nella consapevolezza che la devozione si deve esprimere come atteggiamento di adorazione costante a Dio. Questo è il miglior modo per contagiare positivamente la nuova Messa perché non diventi una vuota danza attorno a un idolo.

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